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Nicola Parrinello

Dottore Commercialista Revisore Legale Consulente strategico

Decisioni

Che tipo di sognatore sei?

Attraverso Coelho scopriamo i quattro modi di trattare i propri sogni. Tre costano carissimo. Uno cambia il futuro.

Una fila di impronte attraversa una duna di sabbia dorata e si perde verso l’orizzonte

Ci sono libri che leggiamo troppo presto.

Li apriamo giovanissimi, li attraversiamo per qualche pomeriggio, li chiudiamo con la sensazione di aver capito tutto. Poi la vita ci porta altrove - il lavoro, le responsabilità, le persone che dipendono da noi - e quei libri restano lì, sullo scaffale, con la loro reputazione di lettura «già fatta».

L’Alchimista di Paulo Coelho è uno di questi libri. È così famoso, così citato, così ridotto a frasi da condividere, che è facile liquidarlo come una favola per chi ha ancora tempo di sognare. Io l’ho riletto a Natale, con vent’anni di vita professionale sulle spalle, e ho scoperto una cosa che da ragazzo non potevo vedere e che ora, in piena estate, voglio raccontarti, perché lo sta leggendo la mia SuperFiglia Aurora.

Non è un libro sui sogni. È un libro sulle decisioni e su tutti i modi con cui evitiamo di prenderle.

Santiago è un giovane pastore andaluso, fa due volte lo stesso sogno - un tesoro che lo aspetta vicino alle Piramidi d’Egitto e quindi vende le sue pecore e parte. La sua Leggenda Personale, d’altronde, è viaggiare! Il cuore del libro, invece, sono le persone che incontra lungo la strada. Perché ognuna di loro, a guardarla bene, siamo noi.

I quattro sognatori

Coelho popola il viaggio di figure che sembrano secondarie e sono in realtà specchi. Messe in fila, compongono una tassonomia precisa dei modi in cui gli esseri umani trattano i propri desideri.

C’è il Mercante di Cristalli, colui che potremmo definire come il sognatore paralizzato. Sogna da una vita il pellegrinaggio alla Mecca e ha persino i mezzi per farlo, conosce la strada, ne parla con reverenza. Eppure, non partirà mai. E lo sa. Il suo sogno non è un progetto: è un rifugio. Gli serve per sopportare la noia del negozio, per dare un senso alle giornate uguali. Se lo realizzasse davvero, resterebbe senza la sua unica ragione per andare avanti. Così ha fatto una scelta che non ammetterà mai di aver fatto: preferisce sognare la Mecca piuttosto che raggiungerla.

Poi incontriamo il venditore di fiocchi di mais, il sognatore conformista, un tipo che da ragazzo voleva viaggiare. Poi ha «riflettuto bene» e ha comprato un carretto, ha costruito una clientela, è diventato una figura rispettata della piazza. Il viaggio? Lo farà da vecchio, dice; scavando un po’, ci possiamo accorgere come lui abbia barattato il desiderio con l’accettazione sociale, e il baratto è avvenuto così gradualmente che non se n’è accorto nessuno. Nemmeno lui.

Altro sognatore è il capo dei briganti, il personaggio più ironico del libro, il sognatore cinico che fa un sogno profetico che indica con esattezza dove si trova un tesoro e lo liquida come una stupidaggine. Però, lui non è stupido, anzi, è «troppo intelligente»: il suo razionalismo estremo è una forma di cecità che gli impedisce di prendere sul serio qualsiasi segnale che non rientri nelle sue categorie. E gli costa una fortuna che aveva letteralmente in mano.

Ma il libro parla principalmente di Santiago, il sognatore d’azione: non il più coraggioso degli altri per natura, anzi, egli è perennemente attraversato dalla paura e il libro non lo nasconde mai. Santiago, però, compie il gesto che fa tutta la differenza del mondo: accetta il prezzo. Vende le pecore - la sua sicurezza, la sua identità, il suo mondo conosciuto - e attraversa la paura invece di aggirarla.

Ora, la tentazione sarebbe dividere il mondo in categorie: quelli bravi e quelli bloccati. Ma sarebbe una lettura di primo livello, e non è quella che facciamo qua. La verità è più scomoda e più interessante: ognuno di noi è tutti e quattro, contemporaneamente, in aree diverse della nostra vita. C’è un ambito in cui agiamo come Santiago, uno in cui custodiamo la nostra Mecca senza mai comprarci il biglietto, uno in cui abbiamo barattato il desiderio con il consenso, uno in cui il nostro cinismo ci protegge da tutto, anche dalle occasioni.

Lo vedo continuamente anche nelle imprese. Il progetto strategico di cui si parla da anni in ogni riunione e che non parte mai: è la Mecca del Mercante di Cristalli. L’idea liquidata con una battuta perché «non è roba per noi»: è il sogno del brigante. L’investimento rinviato a quando saremo pronti, sapendo che pronti non ci si sente mai: è il carretto del venditore di fiocchi di mais.

Riconoscere la figura è il primo passo per cambiarla. Perché nessuna di queste posture è un destino. Sono abitudini. E le abitudini si possono riscrivere.

Le due gocce d’olio

C’è poi una storia dentro la storia che da sola vale il libro intero. A raccontarla a Santiago è il vecchio re Melchisedek. Un padre manda il figlio dal più saggio degli uomini per imparare il segreto della felicità. Il ragazzo attraversa il deserto, arriva a un castello in cima a una montagna e, invece del romitaggio che si aspettava, trova un via vai di mercanti, musica, conversazioni, una sala che sembra tutto fuorché il rifugio di un saggio. Quando finalmente viene ricevuto, il Saggio non gli risponde: gli mette in mano un cucchiaino con due gocce d’olio e lo invita a visitare il palazzo senza versarle. Al primo giro il ragazzo cammina con gli occhi inchiodati al cucchiaino: non versa nulla, ma non vede nulla. Al secondo si perde nella meraviglia dei giardini e delle opere d’arte, torna entusiasta - e il cucchiaino è vuoto.

Il segreto della felicità, spiega il saggio, sta nel guardare le meraviglie del mondo senza mai dimenticare le due gocce d’olio.

Quest’immagine mi ronza sempre intorno: per me descrive con una precisione quasi imbarazzante uno dei dilemmi più concreti che esistano - nella vita come nell’impresa.

Ci sono persone, e aziende, che vivono con gli occhi fissi sul cucchiaino. Presidiano l’operatività, non sbagliano una scadenza, tengono tutto sotto controllo. E intanto gli anni passano, il mercato cambia, le possibilità sfilano accanto a loro senza essere viste. Non versano mai l’olio. Ma non hanno mai visto il palazzo.

E ci sono persone, e aziende, che vivono solo di visione. Grandi progetti, grandi narrazioni, grandi orizzonti. Poi la cassa non regge, i clienti si raffreddano, le fondamenta cedono. Hanno visto ogni sala del palazzo. E hanno rovesciato l’olio.

L’equilibrio tra le due cose non è un compromesso tiepido. È una disciplina dello sguardo: la capacità di alzare gli occhi verso la direzione e riabbassarli sul presente, più volte al giorno, senza perdere né l’una né l’altro. Chi la costruisce - perché si costruisce, non si eredita - cammina nel palazzo con il cucchiaino pieno.

Infine, c’è un’ultima cosa che il libro custodisce nel finale, e che spero Aurora colga meglio di quanto abbia fatto io alla sua età: il tesoro di Santiago si trova esattamente nel punto da cui era partito. Ma senza il viaggio non lo avrebbe mai riconosciuto. Molti di noi hanno il proprio tesoro più vicino di quanto credano. Il viaggio non serve a trovarlo. Serve a diventare capaci di vederlo.

Adesso ti lascio con la domanda da cui è nato tutto.

Prendi l’area della tua vita che conta di più in questo momento - il lavoro, un progetto, una relazione, un desiderio che porti dentro da tempo. E chiediti, con onestà: quale dei quattro sognatori sei, lì?

Non serve rispondere subito. Serve non smettere di chiederselo. Perché il Mercante di Cristalli, il venditore di mais e il brigante hanno una cosa in comune: nessuno dei tre si è mai fatto questa domanda.

Scrivimi: qual è la tua Mecca - e cosa la tiene ancora sulla mappa invece che sotto i tuoi piedi?

Nicola Parrinello