Il deserto di mezzo
Nessuno abbandona al primo chilometro. Si abbandona nel mezzo, proprio dove la strada decide chi arriva.

C’è sempre un giorno, nella tua vita, in cui hai pensato di mollare.
E certamente non è stato il primo giorno: lì le gambe sono fresche, l’entusiasmo copre tutto, la meta è un’idea luminosa che ti sveglia prima della sveglia. E sicuramente non è stato neanche l’ultimo giorno, quando il traguardo ormai si vede e basta resistere ancora un poco.
Solitamente succede nel mezzo del percorso, nel mezzo di un progetto.
Al chilometro trenta, ad esempio, quando il pubblico si dirada e il corpo presenta il conto. Oppure alla terza settimana di palestra, quando lo specchio non restituisce ancora nulla. Oppure, ancora, al sesto mese del progetto, quando l’energia della partenza si è consumata e il risultato non si vede all’orizzonte.
Il mezzo è il luogo dove i sogni muoiono. E ve lo dico per esperienza, essi non muoiono mai con un crollo, questo è il punto. Muoiono con una firma silenziosa, apposta in un giorno qualunque, con una frase che sembra perfino saggia: forse non è per me.
Oggi voglio portarti esattamente lì. Non per riaprire una ferita, ma perché quel tratto di strada ha regole precise. E ti prometto una cosa: quando le conosci, non lo attraversi più allo stesso modo.
La Prova del Conquistatore
Ti ricordi Santiago, il pastore di cui ti ho parlato la scorsa settimane, e i quattro modi di trattare i propri sogni? Quell’articolo si fermava alla partenza. Ma nell’Alchimista c’è un secondo concetto, meno citato e molto più prezioso per chi è già in viaggio. Coelho lo chiama la Prova del Conquistatore.
Te lo riassumo così: il momento più buio non arriva all’inizio del cammino. Arriva quando sei vicino alla meta. È lì che tutto sembra congiurare, che le forze finiscono, che tornare indietro diventa quasi dolce. E non è un accanimento del destino. È un esame. Prima di consegnarti ciò che hai inseguito, la strada vuole vedere cosa hai imparato nel tragitto.
Quasi tutti leggono quel momento come un verdetto - la strada era sbagliata - e si fermano. A pochi passi da ciò che stavano per raggiungere…senza saperlo mai.
L’avvallamento che seleziona
Seth Godin, uno dei pensatori più lucidi sul lavoro e sui progetti, ha dato a questo fenomeno una forma quasi disegnabile: il Dip, l’avvallamento.
Ogni impresa che valga segue la stessa curva. All’inizio si sale, e si sale in fretta: tutto è nuovo, ogni giorno impari, i progressi si vedono a occhio nudo. Poi la curva scende. E si entra in un tratto lungo, piatto, ingrato, dove l’impegno cresce e i risultati tacciono. Solo dopo, dall’altra parte, si risale verso ciò che cercavi.
Ecco l’intuizione che mi ha colpito: l’avvallamento non è un difetto del percorso. È la sua funzione. Esiste per selezionare. Se attraversarlo fosse facile, arriverebbero tutti e arrivare non varrebbe niente. La tua reputazione vale perché vent’anni di coerenza non si improvvisano. Un mercato conquistato vale perché chi ha mollato nel mezzo non c’è più.
Ma Godin regala anche l’onestà che salva questo ragionamento dal diventare retorica. Non ogni tratto duro è un avvallamento: alcuni sono vicoli ciechi, situazioni che non migliorano mai, per quanto tu ci metta il cuore. La differenza è una sola, e ti chiedo di custodirla. L’avvallamento fa male ma porta da qualche parte. Il vicolo cieco fa male e basta. Chi vince non è chi non molla mai: è chi lascia in fretta i vicoli ciechi per avere il cuore intero da spendere negli avvallamenti giusti.
La voce che ti parla con la tua voce
Resta una domanda, e scommetto che te la sei già fatta: perché proprio nel mezzo la voglia di mollare diventa così convincente? Così ragionevole?
Steven Pressfield ha passato la vita a studiare perché le persone non fanno ciò che sognano di fare. E alla forza che le ferma ha dato un nome da romanzo: la Resistenza.
La Resistenza non arriva dal mercato, dai soci, dalle circostanze. Arriva da dentro. E ha un talento che la rende quasi imprendibile: non si presenta mai come paura. Si traveste. Da prudenza. Da buon senso. Da analisi dei rischi. Ti parla con la tua stessa voce (questo è il suo capolavoro) e usa argomenti che firmeresti: non è il momento, il mercato non è pronto, meglio consolidare, limitiamo i danni.
Poi Pressfield consegna l’osservazione che ribalta tutto: la Resistenza è proporzionale all’importanza. Davanti alle cose irrilevanti tace. Si sveglia soltanto quando ti stai avvicinando a qualcosa che potrebbe cambiarti la vita.
Fermati un attimo su questa frase, perché trasforma il tuo peggior nemico in una bussola rovesciata. Quella voce che ti spinge a fermarti proprio adesso non ti sta dicendo che la strada è sbagliata. Ti sta dicendo, senza volerlo, che la strada è quella che conta.
I due impostori
L’ultima cosa che voglio darti è la più mia. Non viene da un manuale di strategia. Viene da una poesia che porto addosso da anni.
Kipling, in If, scrive che Successo e Sconfitta sono due impostori, e che la misura di un uomo sta nel trattarli allo stesso modo.
Ho impiegato una vita a capire quanto fosse concreta, questa immagine. Sul finire degli anni Dieci mi sentivo un uomo fortunato. Tutto sotto controllo: la famiglia, gli affetti, il lavoro, i risultati. Poi le cose hanno cominciato a cambiare. Delusioni. Lutti. Tradimenti. La pandemia. Persone che amo che stavano male. Anni bui, arrivati uno dietro l’altro, senza bussare.
Quello che mi ha tenuto in piedi non è stato l’ottimismo, non credo all’ottimismo di maniera: è stata una regola che avevo imparato, quasi senza accorgermene, nei momenti di lustro: non esaltarti quando il successo ti siede accanto, perché è un impostore. Così, quando è arrivato l’altro impostore, sapevo già come si fa. L’ho guardato negli occhi. L’ho fatto camminare al mio fianco per un pezzo di strada. Ho continuato a imparare, e ad andare. Come nel racconto delle due gocce d’olio: gli occhi sulla meraviglia e sul dolore del mondo, il cucchiaino fermo nella mano.
Il deserto di mezzo si attraversa così. Non negando la fatica. Non recitando entusiasmo. Sapendo che né il giorno peggiore né il giorno migliore dicono la verità su di te e che camminando, magari entrambi provano a convincerti del contrario.
Centomila bottiglie
E adesso ti confido perché questo articolo non potevo scriverlo l’anno scorso. Perché ci sono dentro. Ora.
Negli ultimi anni ho fatto le scelte più rischiose della mia vita professionale. Ho fondato diverse società. Con una di queste, insieme ai miei soci, abbiamo passato un anno e mezzo a costruire un prodotto che non esisteva: una bevanda a base di vino - di quelle che nel settore tutti sanno che sarà il futuro del bere, ma il cui mercato, oggi, ancora non c’è.
Quante volte è venuta la voglia di lasciar perdere? Ho smesso di contarle. E adesso che le prime centomila bottiglie sono pronte (centomila, sono nel nostro magazzino in fila, che aspettano) la Resistenza ha solo cambiato vestito. Si presenta come ansia da prestazione. Come il pensiero di limitare i danni. Come la voce che maledice il giorno in cui abbiamo deciso di arrivare tra i primi in un mercato che dobbiamo ancora creare.
Poi capita una cosa piccola. Una persona assaggia. Alza gli occhi. E sorride con quel sorriso compiaciuto di chi non se lo aspettava.
In quel momento tutto si riordina e le teorie diventano carne. Quella che chiamavo prudenza era la Resistenza. Il deserto era l’avvallamento. L’ansia di questi mesi è la Prova del Conquistatore, in piena regola. E resta una verità più semplice di ogni libro: la vita è una, e le sfide che valgono si portano fino in fondo.
Il ribaltamento
Mettiamo in fila quello che abbiamo raccolto insieme. Il tratto più duro arriva vicino alla meta, non lontano. La difficoltà del mezzo è ciò che dà valore all’arrivo. E la voce che ti suggerisce di fermarti grida più forte proprio quando ti avvicini a ciò che conta.
Allora il ribaltamento è inevitabile e vorrei che te lo portassi via da questa lettura: il momento in cui ti viene voglia di mollare non è il segnale che hai sbagliato strada. È la strada che ti sta chiedendo se la volevi davvero.
Non ti sto invitando a resistere sempre e comunque - i vicoli ciechi esistono, e riconoscerli in fretta è una forma di intelligenza, non di resa. Ma prima di firmare quella resa silenziosa, in un giorno qualunque, concediti la domanda giusta. Non «quanto è dura?», perché la durezza non prova nulla. Ma: dall’altra parte di questo deserto c’è qualcosa? Questa fatica mi sta selezionando o mi sta solo consumando?
Pensa al tuo chilometro trenta. Il progetto fermo a metà. La società nel suo momento difficile. Il sogno in cui l’entusiasmo si è spento e la meta non si vede ancora. Ce l’hai tu. Ce l’ho anch’io, te l’ho appena raccontato.
Scrivimi: qual è il deserto che stai attraversando in questo momento, e cosa ti risponde, in onestà, la domanda dell’avvallamento? Leggo tutto. E rispondo quando posso dire qualcosa di utile.
Nicola Parrinello