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Nicola Parrinello

Dottore Commercialista Revisore Legale Consulente strategico

Operazioni straordinarie

Il Labirinto

Alcuni muri non si escono cercando la porta. Si trascendono.

Due mani piegano un foglio stampato con un labirinto e lo trasformano in una figura di carta

C’è un’onda, sulla battigia, che non si ferma mai. Anche quando il mare sembra calmo, lei torna, sbatte sulla riva, si ritira, sbatte di nuovo, ostinata, come se non sapesse fare altro.

L’ho ascoltata a lungo, ieri sera, seduto sulla sabbia con la testa piena di pensieri e preoccupazioni, con un animo malinconico per un’altra estate che finisce e lo sguardo che poi saliva sulla luna al suo nuovo inizio.

E a un certo punto, quel rumore ha smesso di essere rumore. È diventato una domanda.

Perché io, davanti alle cose che contano davvero, mi fermo prima?

Non avevo una risposta pronta. Ma sapevo, in quel momento, una cosa semplice: quell’onda non si fermava per aspettarmi. Quell’ostinazione fisica, senza calcolo, senza permesso da chiedere a nessuno, è esattamente ciò che manca a chi si è costruito un Labirinto.

Igor Sibaldi dà un nome a quei muri che nessuno ha mai deciso di costruire e che pure ci finiscono intorno, uno via l’altro, fino a diventare l’unico paesaggio che conosciamo. Lo chiama Krateia, non è un luogo bensì una parola greca che significa dominio, controllo; scrive: «Il Labirinto esiste per coloro che fanno dipendere la propria vita dal controllo che impongono agli altri e a se stessi.»

Non è la prigione di un mostro. È la casa di chi ha smesso di distinguere sé stesso dal ruolo che occupa.

Quanti Labirinti sono, in fondo, solo un modo elegante per non sentire?

Il materiale con cui si costruiscono quei muri è proprio il ruolo. Lo riconosco anche nel mio: la telefonata che arriva proprio mentre un lavoro mi sta entusiasmando, l’ennesima richiesta banale — e rispondo comunque, perché il ruolo lo prevede, non perché in quel momento sia la cosa giusta da fare. E non riguarda solo chi ha una scrivania con il proprio nome sopra. Riguarda chiunque, in una relazione, si sia convinto di dover essere sempre quello forte, il partner che non chiede mai aiuto per non sembrare fragile, il figlio che in famiglia si è preso il posto di «quello a posto» e non osa più deludere nessuno, il genitore che confonde il controllo con la protezione, e non distingue più l’uno dall’altra.

Il ruolo protegge, all’inizio. Tiene lontana l’intensità del sentimento, e la paura di soffrire o di deludere che a quel sentimento si accompagna sempre. Funziona, per anni. Poi diventa l’unico modo di esistere, in azienda come a casa.

Quante delle regole che segui ogni giorno le hai scelte davvero, e quante le hai solo ereditate insieme al ruolo?

Il mito, raccontato bene, non parla del Minotauro. Parla di chi ha costruito il Labirinto.

Dedalo lo progetta per Minosse e realizza un capolavoro di pietra e inganni, così perfetto che nessuno, dall’interno, potrà mai trovare l’uscita. Ma Dedalo capisce il Labirinto meglio di chiunque altro proprio perché lo ha costruito lui. E arriva un giorno in cui deve uscirne anche lui, insieme al figlio Icaro.

Non cerca corridoi. Non studia mappe. Costruisce ali.

Ed è qui che il mito smette di essere una favola sul volo e diventa una lezione di strategia, poco raccontata quanto quella più nota: un sistema chiuso non si batte muovendosi meglio al suo interno.

Si trascende. Si esce dall’alto, non dal fondo.

Anche a me, un’onda ostinata — non quella della battigia, ma la sua versione fatta di anni — ha spinto a costruire ali. Un Labirinto l’avevo costruito anch’io: per anni mi ero adagiato in uno studio avviato, solido, sufficiente ma di provincia. Poi ho deciso di non accontentarmi della sufficienza, e con i miei soci abbiamo fatto nascere qualcosa di più grande: oggi lavoriamo da più sedi, tra la Sicilia e Milano. Lo racconto perché mi dà diritto di parlare di ali: le ho dovute costruire anche io, e costruirle è costato paura quanto coraggio.

Il caso che voglio portarti, però, è un altro. Più scomodo, perché stavolta il Labirinto l’ho costruito per qualcun altro.

Un’azienda di famiglia, seconda generazione. I figli volevano uscire dalla piccola dimensione: più ordine, più struttura, più ambizione. Insieme abbiamo costruito una holding, tre società sotto lo stesso cappello, in meno di due anni.

Un lavoro pulito. Il traguardo, raggiunto.

Solo che a gruppo fatto, il padre decide ancora da solo. Nessuna obiezione viene accolta. La holding non ha aperto nessuna porta: ha solo reso il Labirinto più grande, e più difficile da mettere in discussione, perché adesso ha anche un nome elegante e un organigramma.

Il sistema non tiene più prigioniero soltanto i figli. Tiene prigioniero anche il padre — che di quel sistema, ormai, è diventato lui stesso il muro più alto.

Te lo dico con la stessa onestà con cui lo dico a me stesso. Allora, quella holding sembrava la mossa giusta: serviva ordine, serviva efficienza, serviva un contenitore capace di reggere una generazione più ambiziosa della precedente. Tutto vero.

Ma il nodo vero non l’ho visto. Non per distrazione. Perché nessuno me lo aveva chiesto di guardare — e io, allora, non sapevo ancora che andava guardato comunque.

Dedalo ha lavorato per Minosse con la stessa competenza con cui, più avanti, lo tradirà. Non sono due uomini diversi. È lo stesso, che avendo capito il meccanismo fino in fondo diventa l’unico capace di smontarlo.

Con quella famiglia, oggi, cambiamo registro: meno struttura, più tempo. Un organo di gestione con un voto che conta davvero, non decorativo. Piccoli varchi, non porte spalancate: una delega scritta qui, un budget affidato là, un veto che per la prima volta non arriva. Non lo misuriamo in mesi. Lo misuriamo in decisioni che prima passavano da una sola persona, e oggi ne coinvolgono due.

Non è ancora l’uscita. A ben guardare, però, è il volo lento, quello che regge solo se non guardi il risultato della settimana, ma la traiettoria dell’anno.

Un’ultima cosa, prima di lasciarti alla tua domanda, perché le ali vanno maneggiate con onestà. Conosco un’impresa edile, solida, stimata, che per anni ha meritato la fiducia del mercato con il lavoro vero. Poi sono arrivati gli incentivi degli anni del superbonus, e con loro l’illusione di aver trovato le ali.

Erano soltanto un vento a favore, temporaneo, scambiato per trascendenza. Quando il vento è cessato, l’azienda è caduta, ed è caduta da più in alto di quanto sarebbe mai salita restando dentro le sue regole originarie.

Anche questa è una lezione di Dedalo, forse la più severa: costruire ali vere costa tempo e disciplina. Chi se le improvvisa nel momento sbagliato cade come Icaro — non per avere osato, ma per aver scambiato la fortuna per una mossa.

Nel primo articolo di questa serie ti ho parlato di teoria dei giochi: capire le regole del tavolo a cui sei seduto. Qui la domanda cambia natura. A volte capire il gioco alla perfezione non basta. Va cambiato — e cambiarlo costa più coraggio che vincerlo.

Quell’onda, sulla battigia, non ha mai smesso di sbattere sulla riva. Nemmeno una volta. Nemmeno per chiedere permesso.

Il Labirinto in cui rientri domani - lo stai ancora rendendo più solido, riunione dopo riunione, giorno dopo giorno? O hai già cominciato, in silenzio, a costruire le ali?

Nicola Parrinello