Insciallah
A vent’anni crediamo di raccontare la nostra vita. In realtà la stiamo già scrivendo.

Anni Trenta del Novecento. Siamo in un convento americano: una ragazza si siede a una scrivania e ha davanti un foglio bianco. Si sta preparando a prendere i voti. Prima di sedersi le hanno chiesto una cosa semplice e complicatissima allo stesso tempo: raccontare la sua vita senza andare oltre quel foglio.
È nata il 26 settembre 1909, la prima di sette figli. Ha passato tutto l’anno di prova insegnando chimica e latino. Con la grazia di Dio, promette, farà del suo meglio per l’Ordine.
Come lei, un’altra ragazza scrive la stessa pagina, con altre parole. Dio, scrive, ha cominciato bene la sua vita donandole una grazia di valore inestimabile. L’anno appena trascorso è stato molto felice. Adesso aspetta l’abito religioso con una gioia impaziente.
Nessuna di queste due ragazze, così come nessuna delle 180 ragazze coinvolte, poteva immaginare che sessant’anni dopo tre ricercatori dell’Università del Kentucky, Deborah Danner, David Snowdon e Wallace Friesen, avrebbero letto quei fogli per rispondere a un’altra domanda.
Che cosa può dire, di una vita intera, una pagina scritta a ventidue anni?
È il 2001 quando pubblicano la risposta. Per arrivarci, catalogano e analizzano quelle brevissime autobiografie scritte a mano da ragazze con un’età media di 22 anni, e contano, letteralmente, le parole. Quelle di gioia, di gratitudine, di speranza. Accanto a ogni nome annotano quante volte ognuna le ha scritte.
Poi guardano quante di loro sono arrivate ai 75 anni, e quante ai 95. Le suore che in quel foglio avevano scritto più emozioni positive sono vissute circa nove anni e mezzo in più di quelle che ne avevano scritte meno. Quelle che avevano usato parole positive più varie, dieci anni e mezzo in più. Nel quarto più spento, il rischio di morire era due volte e mezzo quello del quarto più luminoso.
Stiamo parlando di dieci anni di vita.
Chi erano quelle donne? Tutte avevano seguito la stessa regola, tutte avevano vissuto una vita molto simile nella stessa comunità, nelle stesse giornate scandite dalla campana. Niente mariti, niente figli, niente fortune da inseguire. Un laboratorio che nessuno scienziato avrebbe potuto costruire apposta. A cambiare, da una vita all’altra, erano quasi soltanto le parole.
Naturalmente, la mia onestà chiede di dirlo: è una correlazione. Nessuno può affermare che fossero le parole a proteggerle e non quello che stava dietro le parole. Ma forse la domanda più bella è proprio questa. Dove finisce il carattere, e dove comincia il vocabolario?
Per risponderti, ti devo presentare un altro dei miei spiriti guida: Paolo Borzacchiello. Ai corsi che seguo da anni lo ripete spesso: le parole che usi dicono da dove vieni, quelle che scegli dicono dove vuoi andare. A ben guardare, le suore di quello studio ne sono la prova più silenziosa che io conosca.
Adesso ti parlo di me e delle mie parole, anzi, della mia parola. L’ho scelta a sedici anni, e forse è stata lei a scegliere me.
Estate 1999. Mancavano pochi mesi al nuovo millennio e la mia vita stava tutta in tre luoghi. La mattina, fino alle 14, un lavoretto in un ingrosso alimentari. Nel pomeriggio il mio SR Aprilia firmato Vasco Rossi attraversava profumi e odori dei miei posti felici fino al mare. La sera, il luogo di ritrovo e di confronto era la veranda, con la televisione affacciata alla porta, insieme ai miei genitori e a mia sorella, ai nonni, agli zii, ai cugini. Le persone con cui crescevo felice.
In quella veranda ho letto Insciallah di Oriana Fallaci.
Quasi ottocento pagine sulla missione italiana di pace a Beirut, nel 1983. Una sessantina di personaggi, ognuno con le sue ostinazioni, le sue paure, le sue gioie piccole e tenaci. Il patriottismo e il tradimento, la lealtà e il doppio gioco, l’eros e il degrado, lo spazzino e i comandanti. E Ninette, la libanese misteriosa: la prima donna di cui mi sia davvero innamorato, anche se viveva soltanto sulla carta, prima di conoscerne una simile nella vita reale.
C’è una cosa di quel romanzo che allora non avevo capito fino in fondo. La Fallaci lo aveva costruito su un’equazione, quella di Boltzmann: S = k ln W. L’entropia. Il disordine che, lasciato a se stesso, cresce sempre. Angelo, un giovane sergente che aveva studiato matematica, se la porta dietro per le strade di Beirut. Cerca la formula della Vita in mezzo al caos della guerra. (Il mio amico Antonio, un jolly fantastico, prof di matematica con un cuore enorme e dalle scelte sempre spiazzanti, ti spiegherebbe perché la matematica è poesia.)
Ma che cosa trova, chi cerca una formula contro il caos?
Niente. Nessuno la trova.
Eppure, se cerchi oltre, può capitarti di trovare la risposta al caos in una parola.
Insciallah.
Chi non è abituato a scavare oltre la superficie ci sente puzza di rassegnazione. Ma nel 1999 mi facevo troppe domande per non sporcarmi completamente a scavare fino in fondo…così ho capito che quella parola sussurra l’esatto contrario. Metteva ordine nelle cose: da una parte quello che dipende da me, dall’altra quello che non dipende da me. Le preoccupazioni al loro posto, le brutture di ogni giorno ridotte alla loro misura.
Una speranza tranquilla.
Io, che sono greco nell’anima (nel senso della mentalità: gnothi seauton, meden agan, ricordi?), la trovavo perfettamente coerente con ciò che ritenevo giusto e sbagliato. Con quel concetto di equilibrio che già allora era quasi definito in me e che da allora mi accompagna in tutto quello che faccio.
Non c’è stato un momento preciso. È stato un crescendo, una consapevolezza sempre più forte, finché quella parola è diventata il mio modo di stare al mondo. E con lei l’odio per la guerra, il viscerale fastidio per l’ipocrisia, l’assoluta idiosincrasia per l’ignoranza e l’ignavia, il non aspettarmi niente e dare sempre tutto ricordando le tracce che lascio e quelle che gli altri lasciano, su di me e sulle persone a cui voglio bene.
Ho sempre scritto molto. Quando rileggo il ragazzo di allora provo tenerezza. Lo trovo ambizioso, passionale, poco centrato, acerbo. Scriveva che sarebbe diventato un calciatore di serie A. Che avrebbe aperto una palestra. Che avrebbe lavorato alla ricetta dell’immortalità. Che la vita andava vissuta senza perdere la tenerezza, come il titolo della biografia di Che Guevara che amava tanto. Che avrebbe avuto tre figli e che avrebbe fatto grandi cene come suo nonno.
Oggi tante di quelle frasi non le scriverei più. Altre sono rimaste disattese.
Eppure, rileggendolo, capisco una cosa che mi commuove. I sogni cambiavano ogni estate. Le parole sotto i sogni, no. I valori sono mappe; i principi sono il territorio. E il mio territorio, a guardarlo da qui, era già disegnato.
Mi succede lo stesso nel lavoro, quando un imprenditore mi parla della sua azienda. Ascolto i numeri, certo. Ma ascolto con più attenzione i verbi che usa per il domani, le parole che ripete senza accorgersene. Spesso mi dicono dove sta andando prima ancora del bilancio.
Torno allora a quella ragazza nel convento, china sul suo foglio.
Credeva di raccontare il passato. Stava scrivendo il futuro.
Noi facciamo lo stesso, ogni giorno, senza un foglio davanti. Lo facciamo nei messaggi della sera, nelle frasi che ci diciamo quando le cose vanno storte, nel modo in cui rispondiamo a chi ci chiede come va. Ogni volta scegliamo una parola invece di un’altra. E ogni volta aggiungiamo una riga alla pagina che qualcuno, un giorno, potrà rileggere.
Magari saremo proprio noi, tra vent’anni. Con la stessa tenerezza?
Il caos non lo ferma nessuno. Non ci è riuscito Angelo con la sua equazione, non ci riusciremo noi.
Ma una parola sa fare un’altra cosa.
Una parola sola non ferma il caos. Decide in che ordine lo attraversi.
Se oggi qualcuno ti chiedesse di scrivere la tua pagina, quella da consegnare prima di cominciare tutto il resto, quali parole sceglieresti? E quali stai già usando, senza esserti accorto di averle scelte?
Se ti va, scrivimi la parola che, a vent’anni, è diventata tua. Leggo tutto.
Nicola Parrinello