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Nicola Parrinello

Dottore Commercialista Revisore Legale Consulente strategico

Finanza d’impresa

Vetri ovunque

Il sacrificio più pericoloso non è mai chiesto con quel nome.

Una mano di marmo si tende verso una sfera di vetro piena di frutta, in un labirinto di pareti di vetro; accanto, la statua di un bambino in ginocchio e una lastra con il titolo del saggio

C’è un vetro che ci portiamo dietro tutti, anche quando abbiamo smesso di vederlo. Da una parte ci sono le giornate vere, le scelte fatte, le rinunce, la fatica di restare dentro una strada. Dall’altra, tutto sembra più semplice. Il talento che non abbiamo speso. La vita che non abbiamo scelto. Il desiderio che abbiamo messo via per un tempo migliore. Visto da lì, sembra facile.

Proprio quella facilità è la trappola. Perché finché un desiderio resta dall’altra parte del vetro, non delude mai. Non sbaglia, non pesa, non chiede conferme. Basta non attraversarlo.

Igor Sibaldi prende in prestito un mito antico per raccontare esattamente questo meccanismo. Tantalo era un re, e come ogni re aveva creduto che tutto rispondesse alla sua volontà: il proprio destino, i propri meriti, persino il mondo intorno, piegato come un regno al suo sovrano. Per dimostrarlo, arrivò a offrire agli dèi in pasto il proprio figlio. Non per crudeltà. Per un eccesso di fiducia in sé - nella propria capacità di gestire ogni cosa, comprese le cose che non si dovrebbero toccare.

La punizione fu la sete e la fame eterne, a un passo dall’acqua e dalla frutta, che si ritraggono ogni volta che allunga la mano. Da lì viene la parola che usiamo ancora: tantalizzare.

Ma il mito si allarga ancora a qualcosa che riguarda tutti noi. Sempre Sibaldi, lo chiama tantalismo: la tendenza a sacrificare il proprio Bambino - il talento vero, il desiderio originario - per compiacere un’autorità, una convenzione, un’aspettativa che nessuno ha mai davvero discusso. E scrive di Zeus, che osserva l’umanità intera scegliere questa strada: «E d’ora in avanti metteranno vetri ovunque. Costruiranno un mondo di distanze e divieti.»

Ho avuto anche il mio vetro. Per un tratto di vita ci ho vissuto dentro senza saperlo. Per due anni abbondanti ho fatto il trader - bande di Bollinger, parabolic SAR, stop loss, dieci, dodici ore al giorno davanti a due monitor, a inseguire trend che si formavano e si rompevano prima che finissi di leggerli. Si è rotto una sera, per un motivo piccolo. Avevo rifiutato la mia solita partita a calcetto per restare a lavorare, ed era passata da poco la mezzanotte quando mi sono ricordato la felicità semplice di correre dietro a un pallone. L’ho messa accanto alla nausea che sentivo in quel momento, davanti allo schermo, in un giorno qualunque. Il confronto non lasciava spazio a dubbi. Non era un investimento sul futuro. Era un vetro che avevo costruito io, un pezzo alla volta, o, forse, qualcuno me lo aveva chiesto, e io avevo smesso di distinguere la sua voce dalla mia.

Non ogni rinuncia è tantalismo. Accontentare chi ci sta vicino, ascoltare un consiglio, aggiustare una rotta per rispetto di chi ha creduto in noi, a volte è misura. A volte è lealtà. A volte è la scelta più giusta che esista. La differenza non sta nel singolo gesto. Sta nella ripetizione. Il tantalismo comincia quando quel compromesso diventa l’unica lingua che sai più parlare, quando il vetro smette di essere una scelta di oggi e diventa l’architettura di tutti i giorni che restano.

Lo vedo spesso, nel lavoro che faccio ogni giorno accanto alle imprese.

Un’azienda che seguo, qualche tempo fa ha installato un macchinario capace di produrre seimila pezzi l’ora. L’anno precedente il fatturato dell’intera azienda era stato di centomila pezzi (in un anno, non in un’ora). La decisione non nasceva da un piano industriale. Nasceva da un fornitore - lo stesso che, negli anni più duri, li aveva sostenuti con dilazioni di pagamento quando altri avrebbero chiuso i rubinetti. Fu lui a proporre quel macchinario. E dire di no, in quel momento, non era un problema tecnico. Era un problema di debito, quello vero, quello che nessun bilancio registra. Così hanno detto sì a una macchina troppo grande per l’azienda che erano, per non dover dire no a chi, quando serviva, non aveva mai detto no a loro.

Il meccanismo non è mai lo stesso, ma la struttura si ripete. In famiglia si trasmette come continuità: il posto è già pronto, deluderlo sembra un affronto a chi lo ha costruito. Negli studi professionali si trasmette come conformità: si è sempre fatto così, e chi rompe lo schema viene guardato come chi non ha ancora capito le regole. Nel rapporto con chi ti finanzia si trasmette come debito di riconoscenza: non è scritto in nessun contratto, ma pesa più di qualsiasi clausola. Anche in una coppia si ripete lo stesso schema. Chi si adatta, chi copre le mancanze dell’altro, chi rispetta sempre la volontà altrui pensando che questo tenga insieme il legame, spesso scopre che l’adattamento non viene letto come un dono: viene letto come normalità dovuta. E quando quell’adattamento si incrina - per stanchezza, per limiti reali, perché nessuno regge tutto per sempre - la colpa raramente ricade su chi ha smesso di dare tanto. Ricade su chi si è permesso di fermarsi. Cambia il volto di chi chiede. Non cambia mai la logica: il sacrificio funziona solo se non sembra un sacrificio, ma un dovuto.

Quella macchina lavora ancora oggi al quaranta per cento della sua capacità. L’ammortamento mangia una parte dell’utile ogni anno, silenziosamente, come tutti i conti del tantalismo. Nei bilanci si chiama sovracapacità produttiva. Ma il nome vero è un altro: è il prezzo di aver detto sì a un desiderio che non era il loro, per non dover dire no a chi meritava rispetto, non un assegno in bianco.

Qualche settimana fa parlavamo del costo opportunità - del prezzo invisibile di ogni scelta che non facciamo, quello che non è scritto in nessun bilancio finché non si presenta tutto insieme. Il tantalismo è la stessa cosa applicata non ai soldi, ma al talento. Non lo vedi finché non ti volti indietro e conti quanta capacità - la tua, quella di chi lavora con te - è rimasta ferma dietro un vetro che nessuno ha mai davvero deciso di costruire.

Il modo per accorgersene non è contare quante volte hai detto sì. È una domanda più scomoda: quel sì, lo spiegheresti allo stesso modo a te stesso a porte chiuse, o ti serve un pubblico per sembrare la scelta giusta? Chi ha davvero deciso non ha bisogno di convincere nessuno, nemmeno se stesso.

C’è un modo sbagliato di leggere tutto questo, e voglio escluderlo subito. Non sto dicendo che ascoltare gli altri sia un rischio, o che ogni compromesso vada rifiutato per principio. Un’impresa, una famiglia, uno studio professionale si costruiscono anche accontentando, aspettando, rimandando la propria idea per il bene di chi condivide il percorso con te. Il punto non è smettere di farlo. Il punto è accorgersene mentre lo fai, sapere che quello è un vetro, non un dovere, e scegliere con gli occhi aperti invece che per abitudine addormentata.

Il mio si è rotto in una sera qualunque, per il confronto tra due sensazioni fisiche - la gioia di un pallone e la nausea di uno schermo. Non sempre si rompe così. A volte si consuma piano, senza un evento preciso, e un giorno ti accorgi che semplicemente non lo guardi più. Ma se resta lì, forse (lo dico a me quanto a te) continuiamo a scegliere la sete, pur avendo l’acqua a un passo dalla mano.

Non ti chiedo se hai un vetro. Ce l’hai. Ce l’ho. Ce l’ha chiunque abbia mai detto sì per non dover dire no a chi meritava rispetto.

Ti chiedo un’altra cosa: quel vetro, lo riconosci mentre ci sei dentro? O ci hai costruito intorno un’abitudine così solida da chiamarla prudenza?

Nicola Parrinello